Più tasse ai fuoricorso: l'idea piace anche agli studenti
Sotto sotto, l’annunciato e ancora misterioso provvedimento antifuoricorso – di cui ha parlato nel weekend il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini – non dispiace neppure agli studenti (almeno non a tutti, a giudicare da un piccolo sondaggio telefonico da noi effettuato lunedì pomeriggio).

Il fatto è che essere fuoricorso (e molti leader degli studenti lo sono o lo diventano nel frattempo) è una condizione esistenziale a doppio taglio: piacevole fino a che non ti rendi conto che sei diventato un pensionato – sveglia non tardissimo per tacitare il senso di colpa, caffè e giornale con ritmi tranquilli, posta e banca quando non c’è più coda, studio in biblioteca intervallato da numerosi caffè con altri fuoricorso, pranzo in trattoria e pausa, poi di nuovo biblioteca con chiacchiere a metà pomeriggio. E alle sei si comincia a pensare a che fare dopo. Si può andare avanti anni senza neppure laurearsi, magari. E allora – pensano gli studenti dotati di virtù autocritica – ben venga un ministro che ti mette un paletto vero (quello che ti possono mettere i genitori, a 25-26 anni, non è più così efficace, specie se per silenziare la coscienza lavori in un pub tre sere a settimana, quel tanto che basta per pagarti da solo le rette universitarie).
Ed è proprio sulle rette universitarie che si impernia l’annunciato provvedimento del ministro (che si riserva di chiarire in seguito i dettagli). L’idea, infatti, è quella di separare il trattamento “economico” dei fuoricorso virtuosi (quelli che lavorano) da quello dei fuoricorso viziosi (quelli che vanno lenti senza un motivo esterno e finiscono con anni di ritardo, sempre che finiscano e non si arenino tra il bar e la biblioteca – o il collettivo e l’assemblea, per chi è impegnato nel movimento). Si tratta insomma di mettere in piedi un sistema di tassazione maggiorata (c’è addirittura l’ipotesi del raddoppio) per chi si “parcheggia” all’università, causando indirettamente aumento dei costi per il settore, aiutando invece gli studenti davvero “studiosi” e non penalizzando chi è fuoricorso perché lavora.
Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
